Alex Pasini
Corriere della sera

La motocicletta è un soggetto inafferrabile, ma figurarsi se Mirco si lascia spaventare.

Lui che vive mille vite, salta da un aereo all’altro, attraversa i mari e le stagioni, reinventa ritagli di mondo, non dice mai basta, non cerca mai scuse, non subisce spazi né tempi, uffici o pause pranzo; lui sa bene che l’orizzonte mobile non è mai un nemico, che la differenza è opportunità, e che fuoco o mosso, alla resa dei conti, è soltanto una vecchia convenzione bollita.

Tutto nasce da qui: riconoscere la distanza tra fotografo e realtà, accettarla come un dono e addirittura accentuarla fino a giocare con lei, per esempio quando la moto appare minuscola attraverso la feritoia di un cerchione intravisto da dietro i fili d’erba. Forse la nostra prima conoscenza da bambini è arrivata dal buco di una serratura. Ti guardo e tu non lo sai. Ti vedo come non ti vede nessuno. Mi conquisti in un lampo, e forse un giorno ti conquisterò un po’ anch’io.

Prima di modificarla eventualmente con filtri, contrasti o bianco e nero, la realtà per Mirco va anzitutto rispettata e compresa come complessità, movimento, imperfezione, casualità, fonte di stupore e bellezza ma anche inafferrabilità fisica dell’attimo, proprio come succede nella vita vera. Ogni motocicletta, ma anche ogni persona, produce una scia luminosa, elettricità imprevista, colori, positivo/negativo, segreti che non sapremo mai (ed è meglio così). Anche per questo è forse improprio parlare qui di foto come quadri. Il quadro non restituisce davvero le scie. Qui invece alla scia si zompa in sella alla grande, e si corre con lei. Bang! È la cometa del tempo, la casa che salta di Zabriskie Point, la danza di Dioniso, un assolo di Jimmy Page, la compagna di banco che all’improvviso finalmente si fa baciare. Tutto questo, casomai, è cinema. Magari proprio in quel vecchio drive-in texano nella terra di nessuno…

E poi c’è il contesto. Contro la bestemmia moderna dello scontorno – che rende le foto uguali, i fotografi interscambiabili e i giornali inguardabili – Mirco dà allo sfondo la stessa dignità del soggetto, al generale quella del particolare, al noi quella dell’io. Se è sempre il contesto che definisce il senso autentico delle nostre parole, allora quanto senso possiede quella Honda piccola arancione annegata in un mare di prato verde oppure quel Rossi minuscolo che corre per destino verso la folla colorata o ancora Lorenzo, Vinales e Marquez che chiacchierano in un angolo del Teatro del Liceu a Barcellona? Guardali lì, piccoli eroi periferici dentro un’altra grandezza possibile: c’è forse un modo migliore per raccontarci della relatività delle sorti umane?

Anche per questo ho sempre ritenuto Mirco non solo un fotografo illuminato ma un filosofo antico che segue un personale viaggio di conoscenza. Guardare le sue foto – o addirittura osservarle nascere appollaiati insieme dietro la curva di una pista in qualche parte del mondo – vuole dire afferrare un pezzo di realtà e di sé da una prospettiva sempre inattesa. E questo, è chiaro, funziona anche con i ritratti, che naturalmente ritratti classici non sono. Osservate bene Valentino. Se vi ricorda Steve McQueen, non è quello glam, ma quello impolverato e sublime di Papillon: finalmente restituito alla sua reale condizione di uomo fatto oltre il cliché di eterno ragazzino, il suo volto in bianco e nero è il riassunto di una vita, la sintesi del suo moto perpetuo, l’albero genealogico delle sue corse dettaglio dopo dettaglio, fatica dopo fatica, ruga dopo ruga, frame dopo frame. Lo sguardo a metà, un occhio aperto e l’altro chiuso, è il punto di incontro tra il passato e il futuro, la gloria già conquistata e quella ancora da inseguire.

Nel riflesso dei suoi occhiali la folla, alle sue spalle un’ombra: è la trama di un’esistenza, il plot di un thriller, il mistero che siamo tutti. E al di qua, uomo appassionato e artista assoluto , il deus ex machina (fotografica) che cercherà di svelarlo fino all’ultimo clic che potrà.

 

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